Editoriali - Panathlon Club Trapani

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Editoriali

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PANATHLON E’ BELLO

Il Panathlon Club di Trapani nasce nel 1965 e si avvia quindi a festeggiare il mezzo secolo, attraverso due millenni: sono numeri che possono fare impressione ma che non spaventano in nulla gli sportivi di razza.
Il Panathlon International, di cui il Club di Trapani fa parte, nasce nel 1951 a Venezia per iniziativa di un gruppo di amici dello sport e della vita, tanto che prima dell’attuale motto “ludis jungit” (uniti dal gioco) si dettero lo slogan “disnar sport”, dove disnar in veneziano vuol dire mangiare, visto che a tavola, in un numero ristretto di soci, ritenevano di meglio diffondere i sentimenti di fratellanza e di amicizia che una sana visione dello sport deve suscitare nelle persone.
Il Panathlon poi diventa veramente “International” diffondendosi in tre Continenti ma i principi sono rimasti gli stessi e sono quelli che anche il Club di Trapani persegue: la generale affermazione di una pratica sportiva leale, pulita, rispettosa delle regole, aperta a tutti, improntata al fair play e libera dal doping e dal malaffare sportivo.
Si tratta di argomenti terribilmente seri in un Paese come il nostro che non riesce ad essere serio, afflitto da una micidiale crisi morale prima che economica, un Paese in cui anche una tribuna affollata solo da bambini riesce a farsi multare per offese alla squadra avversaria o in cui celebrati campioni (si fa per dire) incappano nelle scommesse truccate o simili lordure.
Naturalmente il discorso deve esulare dall’ambito meramente sportivo per travalicare in quello più generale della vita, anche perché lo sport è scuola di vita e non può sfuggire a nessuno, neanche al più miope, l’importanza che un messaggio di questi contenuti assume: vinca il rispetto delle regole, di tutte le regole, in un mondo in cui sembrano prevalere l’interesse venale, la furbizia, la sopraffazione e la maleducazione.
Sembra una lotta impari, ma gli sportivi accettano ogni confronto, anche il più proibitivo, sapendo che i facili pronostici a volte si ribaltano e si verifica l’impensabile: in ogni caso lo sportivo onora sempre l’impegno, con ogni sforzo e sacrificio che si renda necessario. Quando poi gli sportivi fanno squadra non ci sono mete irraggiungibili.
Ad majora, Panathlon Trapani.

Cinquant'anni e non sentirli

Il 22 agosto 1965 un gruppo di appassionati praticanti e dirigenti sportivi trapanesi si riunì per costituire il Panathlon Club di Trapani, afiliato al Panathlon International costituito a Venezia sin dal 1951.
Erano i tempi in cui Eugenio Monti donava all’inglese Tony Nash un pezzo del suo bob permettendogli così di batterlo e vincere l’oro olimpico, erano i tempi in cui allo stadio non esistevano i lager per gli ospiti o le gigantesche e costosissime scorte della polizia, erano i tempi in cui nelle scuole calcio era obbligatorio stringere la mano al portiere avversario dopo avergli fatto gol.
Il termine fair play, pur non in uso, era in realtà abbastanza praticato: eppure proprio allora i 20 padri fondatori trapanesi aderirono all’impegno di diffondere la visione di una pratica sportiva sana, competitiva ma rispettosa delle regole e degli avversari, vista non come scontro ma come occasione di incontro tra le persone, forse nella preoccupata consapevolezza che questi valori sarebbero entrati in crisi con la mercificazione dello sport (e non solo).
I tempi hanno dato pienamente ragione alle loro preoccupazioni, visto che le violenze legate allo sport (solo di nome) si susseguono senza interruzione non solo in Italia, gli atteggiamenti irrispettosi ed offensivi caratterizzano gli incontri di quasi tutti gli sport maggiori, a qualsiasi livello e ad ogni età, il doping si fa sempre più diffuso e sofisticato, coinvolgendo professionisti, dilettanti e semplici amatori, questi ultimi ancor più a rischio perché spesso quasi inconsapevoli in quanto attirati dai presunti miracoli di integratori, anabolizzanti ed altre misture più o memo illegali ma tutte certamente pericolose per la salute.
Furono straordinariamente lungimiranti? Forse no, perché chi ricorda quegli anni (e siamo quasi tutti) sa bene che non era prevedibile la forma di evoluzione e sviluppo (si fa per dire) che ha avuto la società contemporanea: certo erano anni non facili, con il boom economico che scricchiolava paurosamente, ma erano contraddistinti da una società che era ancora quella della ricostruzione, quindi dedita al lavoro e con i principi ancora ben saldi e non era neppure immaginabile la mercificazione che contraddistingue la nostra epoca, in cui tutto è in vendita al migliore offerente ed il solo parametro è il denaro.
Furono invece dei perfezionisti, desiderosi di migliorare ed affinare la correttezza dei protagonisti e degli spettatori degli eventi sportivi, nella visione idealistica di uno sport comunque puro anche laddove comporta guadagni: avrà influito anche, ad esempio, la speciosità delle polemiche di una parte della stampa dell’epoca che criticò apertamente il gesto di Eugenio Monti, in una visione gretta ed incivile della competizione.
Quale che siano state le reali motivazioni, è certo che quel gruppo ha edificato la casa in cui man mano noi attuali Panathleti trapanesi abbiamo deciso di entrare e che abbiamo l’obbligo morale di mantenere in ordine e, se possibile, di migliorare ed ampliare: qualcuno potrebbe maliziosamente osservare che 50 anni di impegno non hanno dato grandi risultati visto il crescente degrado della qualità etica della pratica sportiva a tutti i livelli, ma dovrebbe anche chiedersi, ad esempio, cosa ha realizzato l’ONU per la pace o la FAO per la fame del mondo.
Ciò che realmente importa, al nostro livello, è l’atteggiamento individuale a testimonianza che i principi trasmessi dai fondatori non sono utopie di poveri illusi ma schemi comportamentali reali e fattibili, praticati normalmente in moltissime realtà alle quali tutti dovrebbero ispirarsi.
E’ questo il modo migliore di onorare i Padri Fondatori, una reale celebrazione in ognuno di noi, al di là di quella che il Club realizzerà nel 2015.
I veri sportivi non mollano mai ed un Panathleta è innanzitutto un vero sportivo.
Mario brunamonti

50 ANNI DI FAIR PLAY

Carissimi, tutto è pronto, siamo in campo desiderosi di giocare una buona partita; ci siamo preparati a dovere, al limite delle nostre possibilità ma l’ansia che precede la prestazione, come ben sappiamo, è inevitabile. Vogliamo fare bella figura non tanto individualmente ma come squadra e questo aumenta il senso di responsabilità.
Ho parlato di squadra perché il nostro amato Club è proprio una squadra, antica e gloriosa, che si accinge a celebrare il 50° anniversario di fondazione ed è questa la gara che stiamo per affrontare.
Il programma dettagliato è già stato ampiamente diffuso, illustrato anche in una prestigiosa conferenza stampa e comprende incontri conviviali con illustri Ospiti, una significativa mostra multidisciplinare, manifestazioni sportive giovanili ed uno splendido volume dal titolo “50 anni di fair play”, autentico gioiello dovuto all’appassionata opera di Silvana Basciano e Lilli Vento.
Ma da sportivi e panathleti veri sappiamo che non bastano gli effetti speciali e che in tutte queste iniziative, per quanto importantissime, non possono esaurirsi i degni festeggiamenti di un così significativo anniversario, che deve essere anche, e direi soprattutto, celebrato con proposte ed iniziative operative nel solco delle nostre finalità statutarie, come ci hanno insegnato i nostri Padri fondatori e tutti Coloro che ci hanno preceduto in questo lungo cammino.
Ecco quindi il documento sullo sport giovanile, già portato all’attenzione dei vertici del Panathlon International affinché venga sottoposto ai Governanti politici e sportivi del Paese: è notorio che solo una esigua minoranza di giovani pratica attività sportiva e questo significa per troppi ragazzi dover rinunciare al fondamentale apporto dell’attività motoria e sportiva per un armonico sviluppo psico-fisico ed educativo; di più, troppi ragazzi sono già esposti a rischi quali obesità, ipertensione e diabete, come impressionanti studi clinici stanno già da tempo denunciando, con buona pace della spesa sanitaria. I reiterati tagli al settore sportivo scolastico e delle società di base più che una forma di risparmio appaiono una forma di suicidio.
Ecco quindi l’iniziativa “Un salvagente per lo sport”, che verrà operativamente avviata alla ripresa autunnale dell’attività e che ci vedrà impegnati sul territorio, coinvolgendo le Federazioni sportive per combattere il crescente degrado comportamentale che affligge anche lo sport giovanile.
Come già evidenziato e come tutti gli addetti ai lavori sanno, quei pochi giovani che praticano lo sport si trovano troppo spesso in situazioni contraddistinte da grande animosità, esagerata aggressività e ricerca spasmodica del risultato, posti in essere da una frangia non esigua di genitori, tecnici e dirigenti. In nome del successo, costoro vengono meno al loro fondamentale ruoli di educatori, trasferendo modelli comportamentali deviati e devianti che fatalmente si riproducono in scala sempre crescente con i guasti che tanto ci allarmano.
L’invivibilità di tante manifestazioni sportive, gli episodi di violenza verbale e fisica sistematicamente presenti anche in remoti campi da gioco non sono frutto del caso o di sfortunate convergenze astrali ma il risultato di un progressivo imbarbarimento e perdita delle cognizioni basilari dell’etica sportiva e non solo sportiva, visto che il degrado non conosce confini o settori.
Per la nostra appartenenza dobbiamo applicarci al mondo dello sport, portandovi i nostri ideali, essendo tuttavia ben consapevoli che chi cresce sportivamente sano sarà quasi certamente un buon cittadino.
Vogliamo uno sport nel quale l’avversario non sia il nemico da annientare ma una persona con la nostra stessa passione e la cui presenza è indispensabile per la competizione, una persona che cercheremo lealmente di superare ma da abbracciare alla fine della gara.
Vogliamo uno sport nel quale si giochi “CON” e non “CONTRO” l’avversario, da affrontare al meglio delle nostre possibilità per onorare la competizione, senza trucchi, inganni, raggiri ed artifici perché una vittoria così ottenuta non ha alcun reale significato.
In ambito giovanile vogliamo uno sport che sia soprattutto “GIOCO”, senza specializzazioni precoci come predicavano i sacri testi, senza impegni stressanti al limite delle capacità psico-fisiche dei ragazzi, spesso schiacciati da responsabilità che adulti insensati caricano sulle loro spalle, forse nella ricerca di quelle affermazioni che in prima persona non hanno saputo o potuto cogliere.
Utopie? Forse, ma tante realtà dimostrano che così non è, basta avere voglia di guardare: il terzo tempo nel rugby, i gesti di Eugenio Monti (bob a due), di Paolo Di Canio (calcio), di Francesco Panetta (atletica), di Cesare Zilioli (canoa), di Arturo Merzario (automobilismo) e chissà quanti altri, anche in competizioni di livello mondiale ed olimpico, ci autorizzano a non disperare perché è possibile un serio recupero dei valori nei quali crediamo.
Si deve tornare alle buone maniere, al rispetto reciproco ed alla gioia di vivere gli avvenimenti sportivi, perché sono semplicemente meravigliosi.
Mario Brunamonti


Un anno intenso verso il secondo Cinquantennio

Presentando le iniziative programmate nel 2015 per celebrare adeguatamente il 50° anniversario del Panathlon Club di Trapani si era parlato di squadra pronta a scendere in campo, desiderosa di disputare una buona partita e cercando di contenere quanto più possibile l’ansia da prestazione.
A partita finita va detto che tutto è andato oltre le più rosee previsioni e che la squadra ha stravinto il confronto con le preoccupazioni, i dubbi, le difficoltà e le incertezze, dispiegando una enorme mole di manifestazioni, incontri, iniziative, mostre e pubblicazioni di prestigio: tutto ciò ha avuto grossa eco nella nostra comunità cittadina e riscosso ampi e sentiti riconoscimenti da parte di Autorità istituzionali e dei vertici del Panathlon International.
Di più, il Club di Trapani si è intestato due significative ed importanti iniziative, all’attenzione delle superiori istanze del Panathlon International ma non solo, una tendente a sollecitare misure per contrastare la scarsa o nulla (almeno da noi) pratica sportiva giovanile e l’altra per portare nei luoghi dove lo sport si pratica le carte fondamentali dello stesso Panathlon, alla stregua di vera e propria segnaletica di sicurezza del fair play e dei sani comportamenti.
Le varie pagine di questo sito consentono una veloce ma esaustiva carrellata di quanto è stato posto in essere e qualcosa è ancora in serbo: nulla è stato risparmiato, con il doveroso rispetto per i conti, pur di alzare il più possibile l’asticella ad onore del Club, in commosso, devoto ricordo dei Padri fondatori e per cercare di essere, noi contemporanei, degni di loro.
Ora viviamo gli ultimi giorni di questo anno impegnativo e occorre vigilare per non concedersi appannamenti e appagamenti di sorta, perché la strada è, in fin dei conti, tutta da percorrere ed il lungo, appassionato sguardo al passato che ci ha impegnato in questi mesi deve solo servire quale indicatore per il futuro.
Il Panathlon nasce ed esiste per finalità ben precise, diffusione della sana pratica sportiva per tutti, fair play, lotta al doping, che sono ben lungi dall’essere conseguite, anzi il traguardo sembra allontanarsi sempre più, su questo non c’è discussione, poiché basta seguire la cronaca giornaliera per rendersi conto della mercificazione, della corruzione, degli oltraggi che la nostra passione di tutta una vita, cioè lo SPORT, subisce ogni giorno ai massimi livelli e con estensione planetaria.
Noi profeti di uno sport che è fatica, impegno, sana e leale competizione, rimaniamo ogni volta sbalorditi dinanzi ai nomi sempre più eclatanti direttamente e pesantemente coinvolti, senza che vi sia il pur minimo segnale di un pudore o di una dignità che evidentemente sono reputati difetti e non pregi; la politica sportiva ha mutuato in tutto e per tutto certi guasti, comportamenti ed atteggiamenti dalla peggiore politica non sportiva, perpetrando misfatti che, continuamente reiterati, danno un’idea delle cose del mondo e della vita fuorviata e fuorviante, perché ormai tutto sembra normale e troppe persone non si indignano e non si scandalizzano nemmeno più.
E’ questo il danno più grave: al di là di ogni singola responsabilità, tutti coloro che mettono in atto, tollerano o comunque avallano con il loro silenzio e la loro inerzia siffatti comportamenti si macchiano della medesima colpa, che è quella di dare il cattivo esempio e di causare, dando autorevole giustificazione, la diffusione di comportamenti illeciti anche alla base del movimento sportivo.
La ricerca del profitto sempre e comunque, del risultato ad ogni costo che si colgono dai massimi contesti fino al semplice sport amatoriale sono certamente frutto di tale stato di cose, perché l’autorevolezza di chi contravviene alle norme svilisce le norme stesse al rango di seccatura da evitare ad ogni costo, di mera indicazione di principio a cui contravvenire non appena ed ogni volta che si può.
Al di là degli scandali miliardari del pallone (FIFA e UEFA per una volta d’accordo), al di là della compravendita di avvenimenti sportivi di parecchie discipline (chi si aspettava ad esempio il tennis), è il problema doping a turbarci perché oltre al rischio morale comporta anche un grave e drammaticamente sottovalutato rischio per la salute degli atleti, anche inconsapevoli o comunque disinformati.
Se tale abominevole pratica, assurta ormai a strategia globale con interi apparati statali dedicati al lavoro sporco, può trovare una perversa giustificazione laddove è in gioco l’onore sportivo (si fa per dire) di una Nazione o per conseguire ingenti benefici economici, ricorrere ad artifici chimico/biologici per una medaglietta, per accelerare lo sviluppo di bicipiti e pettorali o per primeggiare nella uscita in bici domenicale sembrerebbe vera demenza, eppure accade ogni giorno, tutti i giorni, indiscriminatamente, anche su soggetti giovani.
Noi abbiamo praticato sport, qualcuno per fortuna ancora lo fa, senza avvertire il bisogno di integratori, supporti, farmaci più o meno contrabbandati e di origine incerta per non dire ignota, che purtroppo in grande quantità e senza alcun limite circolano intorno alla pratica sportiva di base, ancora più a rischio di quella professionistica dove almeno i controlli medici sono puntuali e costanti.
Come arginare questa ondata nauseabonda ? La risposta sta nei nostri 50 anni di storia, occorre continuare a coltivare e ad offrire alla collettività i più alti ideali dello sport, così com’è nato migliaia di anni fa e che la modernità e la tecnologia non possono né debbono snaturare perché, come ha detto un grande Uomo dello Stato che abbiamo avuto la fortuna di avere fra di noi, “lo sport è scuola di vita, educare allo sport è educare alla vita” e questa funzione è troppo importante per lasciarla ai lestofanti.
Mario Brunamonti

Napoli - Trapani, un gemellaggio che viene da lontano

Non ci può essere miglior inizio di gemellaggio, che decidere di scrivere un articolo a quattro mani, spinti dall'incontro tra me e Roald Lilli, giornalisti, anche se io dell'ultima ora.
Forse il nostro articolo sarà innovativo perché ci alterneremo nel mettere penna in carta, creando nei nostri amici panathleti, un dubbio su chi sia l'estensore di un concetto, ma anche questo fa parte del gioco, e come sostengo sempre, la forza sta nella coesione e nell'affrontare un cammino spinti dagli stessi ideali, supportandosi nei momenti di défaillance.
Questo è lo spirito con cui si deve affrontare un gemellaggio; qualcuno, in modo limitativo, ritiene che sia un momento aggregante, dando temporalità limitata ad un patto che invece deve dare nuova linfa ai Club.
Con la mia presidenza del Club Napoli, ho stimolato insieme al Consiglio Direttivo, il germe del gemellaggio, ed ho voluto iniziare con Trapani, spinto anche dall'emozione, mi sia consentito, del ritorno nella terra di origine.
Questa nostra idea, ritengo, debba essere condivisa da molti Club, per avere quegli stimoli che possono solo aiutare la crescita.
Il Panathlon, a mio avviso non è solo conviviali, ma deve essere nello sport e per lo sport e per tal motivo il Club Napoli ha creato i "campi panathletici" che non solo hanno la funzione di far conoscere le esperienze sportive dei soci, ma anche di "overture" verso la società, per dare rispetto al nostro ruolo di associazione benemerita del CONI.
Ciò premesso, quando nel Giugno del 2010, Lorenzo Branzoni, allora Presidente del Club di Pavia, ha invitato nella sua città i Clubs di Napoli e Trapani, era certamente consapevole che il seme affidato al solco di un terreno fertile, arato da laboriosi panathleti, avrebbe fatto germogliare un’amicizia che in breve tempo avrebbe alimentato quei valori comuni che contraddistinguono il nostro modo di essere, di agire e anche di sognare, con caparbietà, che i nobili sentimenti dello sport, alla fine, abbiano il sopravvento sui comportamenti atipici di una società arida, avida e sempre più in preda ad egoismi di ogni sorta.
Così, dopo il gemellaggio Napoli/Pavia, abbiamo celebrato anche quello fra Napoli e Trapani, due città che hanno il comune privilegio di aver vissuto una pluricentenaria storia marinara, arricchite dai valori condivisi con naviganti provenienti da ogni angolo del mondo.
Città aperte, città solari, così come lo sono i loro abitanti, come lo sono quei panathleti che hanno scelto di mettere in fattore comune le loro esperienze in ogni campo; di mettere assieme il loro sviscerato amore per lo sport e i valori di cui è portatore.
Arrivano a Trapani di buonora i dieci portavalori del Club Napoletano e subito è messa a dura prova la loro resistenza fisica, per via di un calendario fitto di incontri e di impegni sportivi, culturali, ma anche turistici, per l’opportunità che viene data loro di conoscere da vicino un territorio che da qualche anno ha scoperto e con successo, la sua vocazione turistica.
Si discute di giovani, di sport, di valori condivisi; ma si discute anche dell’essenza di un Panathlon che guarda al mondo, che guarda agli sportivi d’oltre oceano, quale valore aggiunto di un organismo che vuole prepotentemente proporsi alla società e alle istituzioni quale modello cui guardare per la formazione di una società che sappia trarre dai giovani i migliori auspici per il proprio futuro.
Il rituale del gemellaggio, abilmente pilotato da Francesco Schillirò, Presidente del Club napoletano, avviene nel corso di una Conviviale che impegna i numerosi panathleti presenti, in un rigido quanto accattivante cerimoniale che, apertosi con l’Inno di Mameli, si conclude con un genuino scambio di abbracci fra amici che hanno scoperto di avere radici comuni che ne fanno uomini speciali; veri uomini di sport. Si conclude con l’impegno di rivedersi periodicamente, per elaborare e mettere a punto quelle iniziative che rappresentano i valori fondanti del Panathlon, prime fra tutte quelle mirate alla diffusione, a tutti i livelli, della concezione dello sport ispirato al fair play, quale elemento culturale degli uomini e dei popoli.
A suggellare l’evento, era presente a Trapani anche il Vice Presidente del Panathlon International Antonio Emilio Gambacorta che nel suo intervento ha ricordato l’importanza che oggi il nostro organismo assume a livello internazionale, stimolando i contraenti ad operare sempre con immutata dedizione in favore delle giovani generazioni che, oggi più che mai, hanno bisogno di un sostegno che li aiuti a superare il disagio dell’incertezza del domani; giovani che hanno bisogno di ritrovare nei valori dello sport le loro nobili fondamenta.
Il “Patto di Gemellaggio” è stato sottoscritto da Mario Brunamonti, dell’Area 9 Sicilia e Francesco Schillirò dell’Area 11 Campania; Testimoni “responsabili”, Ciro Beneduce e Alberto Scuderi, dei Clubs di Trapani e Napoli; il Distretto Italia, per l’occasione è stato presente con Antonio Emilio Gambacorta.
I due Clubs, intanto si stanno distinguendo nei rispettivi territori per una serie di interessanti iniziative che mirano alla costruzione di una società più sana, più consapevole, più aperta ai bisogni del ragazzo.
Napoli, come detto in premessa, ha attivato i “campi panathletici”, con il loro importante significato di “conoscenza”; Trapani, da parte sua, ha varato il progetto “Salvagente”, un’iniziativa che coinvolge scuole e associazionismo, con l’obiettivo di ridurre il disagio manifestato da tante componenti dell’attività sportiva giovanile (dirigenti, tecnici, genitori), per i comportamenti inaccettabili posti in essere da chi vive il confronto sportivo con insensata aggressività e totale mancanza del fair play, in una smodata ricerca del risultato positivo ad ogni costo, mortificando totalmente la fondamentale funzione educativa che una sana e corretta pratica sportiva deve assicurare alle giovani generazioni.
É abbastanza evidente che sia Napoli che Trapani sanno guardare avanti, ben oltre il limite imposto dall’orizzonte e che per far questo e farlo bene, hanno deciso di gemellarsi, condividendo così progetti e valori.

Roald Lilli Vento
Francesco Schillirò

LA FIAMMA OLIMPICA ARDE DI NUOVO

Alle ore 11,00 italiane del 21 aprile 2016, giorno suggestivo anche perché ricorda il natale di Roma, l’attrice greca Katherina Lechou nei panni di sacerdotessa di Apollo, sulla spianata di Olimpia e tra i ruderi del Tempio di Hera, ha acceso con i raggi solari concentrati da uno specchio la fiamma olimpica destinata a raggiungere, con un viaggio di oltre 20.000 Km., il mitico stadio Maracanà di Rio de Janeiro nel quale, il 5 agosto prossimo, sarà acceso il tripode olimpico che arderà fino al successivo 21.
Si tratta di immagini e suggestioni che vanno dritte al cuore di ogni sportivo, di ogni vero sportivo che vede nell’evento agonistico il leale incontro e la sana competizione tra uomini e donne, senza alcun distinguo se non quello dell’autentico valore atletico e morale, ad onore proprio e dei propri Paesi, come recita il giuramento e come vissuto da tutti coloro che, nell’antichità e nei tempi moderni, hanno visto nelle gare sportive il vero veicolo di fratellanza ed amicizia tra gli abitanti del pianeta Terra.
Intere generazioni sono cresciute e spero continuino a crescere nel mito di Olimpia, nel sogno se non della medaglia quanto meno della partecipazione olimpica, traguardo ambitissimo, raggiungibile da pochi ma che rappresenta comunque una spinta ideale per una vera, impegnata ed appassionata pratica sportiva; la selezione che inizia già dagli anni giovanili ha indirizzato ed indirizza ciascuno verso discipline più o meno consone, verso traguardi più o meno alla portata ma non conta, quello che realmente conta è lo spirito con il quale si affrontano i sacrifici degli allenamenti e le intense emozioni delle gare, a qualsiasi livello.
Certo, ben due conflitti mondiali hanno bloccato le Olimpiadi dell’era moderna, mentre nell’antichità erano i Giochi a fermare le guerre, poi la profanazione diretta con il vile attacco agli atleti di Monaco 1992, poi i boicottaggi di esclusiva matrice politica, poi gli scandali legati al doping, ma tutti comprendiamo la differenza tra i tempi dell’Ellade faro di civiltà ed il 20°/21° secolo: il mondo si è evoluto (?) troppo radicalmente per tollerare paragoni, ma il mito è sempre vivo, pronto a trascinarci nel suo fascino ancestrale.
Certo, anche altre manifestazioni planetarie catturano l’attenzione di miliardi di appassionati, un esempio per tutti i mondiali di calcio, ma l’Olimpiade è un’altra cosa, la sua peculiarità non può avere confronti, costituisce un’attrattiva senza paragone, possiede un fascino ineguagliabile.
Questo rimane anche se il giocattolo si è aperto ed ha mostrato le sue squallide viscere, fatte di affarismo e di scandali nella stessa casa dello sport, nel tempio dove agli occhi dei veri sportivi veniva custodito il mito ed invece lo si profanava in maniera indecorosa, con il commercio delle candidature e la sottomissione dell’intero movimento ai voleri di qualche multinazionale, accumunando l’essenza dello sport alle bassezze della peggior politica: abbiamo così scoperto i metodi a dir poco torbidi per la scelta delle sedi dei Giochi, il lucro illecito per la realizzazione degli impianti, costruiti in tante occasioni letteralmente sulla pelle dei lavoratori addetti (e non è finita, delle condizioni di lavoro per gli stadi di Qatar 2022 si è occupata addirittura Amnesty International).
Il C.I.O. non si è mostrato molto diverso da F.I.F.A. e U.E.F.A, la logica del denaro e del potere, l’attaccamento alle poltrone sono evidentemente mali endemici, planetari e non sembra esserci alcun rimedio, alcun antidoto: la commistione tra affari e sport, ancor più di quella tra politica e sport, ha completato il cerchio, nella ricerca di un gigantismo sempre più spinto visto come veicolo per affari sempre più grandi e nel confezionamento di un prodotto sempre più appetibile dal punto di vista finanziario.
Del resto, così come per la politica mondiale, anche per il mondo sportivo ai massimi livelli le multinazionali condizionano tutte le scelte, sottraendole alla reale e libera volontà dei cittadini, intesi ormai soltanto come dato statistico: in questo quadro i recenti scandali in tema di doping, elevato a pratica sistematica da intere federazioni di nazioni anche molto importanti, vengono considerati un semplice dato di produzione, in una perversa equazione tra successo sportivo e ritorno economico.
Non di meno, la nostra tensione per il prossimo evento olimpico comunque sale, già stiamo contando atleti e squadre azzurre che hanno staccato il biglietto per Rio, la TV di Stato già lancia la volata per l’audience, molti già stanno facendo i conti sulla differenza di fuso orario per organizzarsi le dirette mentre i più fortunati (dati i costi proibitivi) hanno già in tasca passaggio aereo, tagliandi d’ingresso e camere d’hotel: il viaggio in Brasile, stavolta, ha connotazioni sportive, addirittura olimpiche, altro che ragazze di Ipanema.
I dirigenti delle varie Federazioni, al loro volta, rilasciano interviste con improbabili previsioni di medaglia e si accingono a trasvolate in prima classe ed in soggiorni in hotel a 5 stelle (minimo) il cui costo coprirebbe l’attività sportiva di base per intere regioni ma tant’è, bisogna fare bella figura, e pazienza se poi nel medagliere saremo dietro a Paesi di gran lunga più piccoli e con tradizioni sportive molto meno remote delle nostre, non produciamo più campioni, chissà perché, forse è colpa delle mamme, come ebbe a dire anni fa un dirigente di importante Federazione, per fortuna poi cacciato: è stato solo per caso che un recente incontro della nostra Serie A di calcio non c’è stato posto per nessun giocatore di passaporto italiano ?
In realtà è in discussione l’intera politica sportiva che il nostro Paese si è dato (o forse bisogna dire che non si è dato) abbandonando l’attività di base al suo destino, o meglio al destino del mercato: chi può fa sport, che non viene quindi sostenuto in alcun modo, neppure nella scuola che per tante Nazioni, Stati Uniti in testa, è la vera fucina dei campioni che poi ammiriamo, sia negli sport super professionistici che nelle altre discipline sportive; quindi azzeramento dei fondi per l’attività scolastica e smantellamento, oltretutto nella maniera più inelegante, delle Sedi provinciali del C.O.N.I. in una cieca e becera spending review che ha, ed ancor di più avrà, effetti nefasti e drammaticamente controproducenti in tema di spesa sanitaria per patologie da inattività fisica e da devianze.
Come Cittadini e come Panathleti riteniamo di avere la coscienza a posto per aver sempre pensato, detto e scritto queste cose, di aver sempre rivendicato il giusto posto e la giusta attenzione per la pratica sportiva diffusa, sana, corretta, aperta a tutti, pratica sportiva vista come palestra per la creazione di sportivi, e dunque di cittadini, migliori.
Abbiamo sempre sostenuto l’essenzialità e la centralità dello sport quale palestra di vita, al quale la collettività deve dare la giusta attenzione ed i mezzi necessari per esplicare la sua funzione, programmando nel tempo azioni ed interventi perché è solo l’oculata ed attenta programmazione che può dare, come in tutte le vicende umane, buoni frutti: lo stanno dimostrando una piccola squadra inglese, il Leicester che ha battuto club miliardari, e dalle nostre parti due splendide realtà, il Trapani Calcio e la Pallacanestro Trapani che i loro campionati li hanno già vinti, non solo in campo ma anche, e questo ai Panathleti piace molto, anche fuori dal campo.
Qualcuno ora forse si è accorto del pericolo verso cui corre la nostra società malata, qualche disegno di legge per il rilancio della pratica sportiva fa sperare (ma non troppo) in una rapida inversione di tendenza, prima che il baratro si spalanchi sotto il destino, non solo sportivo, di questo Paese, la cui posizione nelle varie classifiche mondiali è sempre più trascinata verso il basso.
Tuffiamoci comunque ancora nel sogno olimpico, amici carissimi, viviamo ancora in ogni caso quelle emozioni con la partecipazione e la condivisione che solo chi è sceso in campo può esprimere e godiamo dello spettacolo di tanti campioni, con la speranza di non vedere, almeno in campo, altre sozzure.
Mario Brunamonti

Da Rio a Tokyo

In un tripudio di fuochi artificiali il braciere olimpico (originalissimo anche se un po’ inquietante) di Rio 2016 si è spento, ma le nostre emozioni hanno faticato un po’ di più a rientrare nella norma, come anche i nostri cicli del sonno.
Intanto il sollievo che nessuno abbia premuto il grilletto o azionato un timer sui giochi, poi le tante immagini che in diretta o in differita hanno colpito la nostra attenzione, alcune particolarmente gradite, altre sgradite alla nostra sensibilità di panathleti: mi riferisco in bene alle due mezzofondiste infortunate che si sono reciprocamente sorrette fino al traguardo dopo una caduta, in male al rifiuto della stretta di mano di un judoka egiziano nei riguardi di un concorrente israeliano o allo spogliarello di protesta dei tecnici di un lottatore mongolo squalificato per eccesso di esultanza. Anche il comportamento del pubblico in qualche circostanza ha lasciato a desiderare, tifando spudoratamente “contro”: dovrebbero imparare dalla Curva Nord del Trapani Calcio.
In genere, tuttavia, il livello del fair play è stato adeguato alla circostanza e quasi tutti gli atleti hanno mostrato grande compostezza e rispetto degli avversari, pur in una competizione accesa e tiratissima.
L’incontro tra continenti, civiltà ed etnie è risultato abbastanza amichevole, simboleggiato in maniera sublime dal beach volley, nel quale ragazze in bikini alquanto ridotto si misuravano con egiziane in burkini (a proposito, che fastidio da ?).
Non è mancata neanche la proposta di matrimonio in diretta mondovisione e quindi il menù è risultato oltremodo completo.
Italia non male nel medagliere, con qualche bella sorpresa e parecchi rimpianti per chi non ha potuto esserci (Tamberi) o per chi è stato colpito da reale sfortuna (Nibali) ed anche per qualche imprevisto flop, ma ci sta, specie quando hai gli assi contati: un pensiero particolare ed un incoraggiamento devono andare comunque a tutti, a cominciare dai tanti atleti tricolori arrivati quarti, in primis alla ginnasta Ferrari che ha una vera collezione di medaglie di legno.
In qualche circostanza, tuttavia, i nostri atleti sono apparsi un po’ inadeguati quanto a doti caratteriali al cospetto di avversari che hanno saputo meglio reggere la tensione; abbiamo quindi ottenuto risultati non all’altezza della potenzialità degli stessi atleti; in alcune discipline poi, atletica in testa, non siamo proprio esistiti.
Il problema vero, lo denunciamo da tempo, sta nella base dei praticanti che nel nostro Paese continua ad essere troppo esigua: il volano della scuola, che altrove è potentissimo, da noi semplicemente non esiste, l’attività dilettantistica è lasciata alla buona volontà ed ai sacrifici di qualche appassionato peraltro sempre più indotto all’abbandono.
Forse si vuole seguire l’esempio della Gran Bretagna, che punta ogni sterlina su un gruppo di atleti di elite abbandonando a se stessi tutti gli altri cittadini: il risultato per gli inglesi è stato un boom di medaglie, ad esempio nel nuoto e poco importa se oltre il 60° dei bambini sudditi di Sua Maestà non sa nuotare. Il tempo dirà se è una strategia veramente pagante.
Se questa è la strada intrapresa dai vertici dello sport italiano ribadiamo a chiare lettere che non ci piace, la caccia spietata, con ogni mezzo, all’alloro olimpico l’attribuivamo ai paesi totalitari, bisognosi di rifarsi il look a livello internazionale e non ad un paese democratico che deve offrire a tutti i cittadini le stesse opportunità.
La massima diffusione della pratica sportiva, oltre ad offrire una più ampia selezione di talenti e quindi di potenziali campioni, garantisce migliori condizioni fisiche e di salute alla popolazione, con contenimento di spesa del servizio sanitario nazionale altrimenti destinata, lo dicono fior di specialisti, ad andare fuori controllo.
Nessuna persona informata, sensata ed intellettualmente onesta può inoltre minimamente dubitare della fondamentale funzione socio-pedagogica dello sport, se vogliamo recuperare un minimo di quelle regole comportamentali che debbono sorreggere la convivenza di un paese civile.
Lo sguardo ora traguarda Tokyo 2020 e potrebbe ripetersi a ruoli invertiti la staffetta con Roma, che nel 1960 consegnò alla capitale giapponese la bandiera olimpica per i giochi del 1964: vedremo.
In realtà per ora si resta a Rio con gli splendidi eroi delle paraolimpiadi e Trapani ci sarà, grazie al pass ottenuto in extremis da Veronica Floreno, bravissima nel tiro con l’arco: viaggiamo con lei e chissà …..
Mario Brunamonti

NON SI UCCIDE UN SOGNO

Nell’ultimo editoriale di inizio estate “Da Rio a Tokyo” si era prefigurata una possibile, anzi in quel momento storico probabile staffetta olimpica tra la capitale del Giappone 2020 e Roma 2024, a ruoli invertiti rispetto ai Giochi del 1960 e del 1964.
Non sarà così, chi si è trovato in mano il pallino del gioco ha detto “no, non si può fare”, in coerenza, bisogna ammetterlo, del suo programma di candidata Sindaca (come si dice ora) poi eletta dai cittadini romani.
Tutto a posto dunque? Per molti forse sì, ma per molti, dell’ambiente sportivo e non solo, è stata una delusione cocente, dura da mandar giù anche a distanza di parecchie settimane da quei giorni.
Pur consapevoli del citato programma elettorale, ci eravamo comunque fatti prendere, nel corso dell’estate, dalla fiducia e dall’entusiasmo sulla base del bellissimo progetto e di quelle che sembravano aperture, ma che in realtà si sono dimostrate semplici mosse tattiche dilatorie.
Siamo poi arrivati al tragicomico 21 settembre 2016, all’appuntamento Sindaca/Malagò – Pancalli saltato, pare, per un frugale pasto in trattoria ed all’annuncio definitivo: no alle Olimpiadi di Roma 2016 (e forse per sempre, data la figuraccia mondiale).
Non si può e non si vuole neppure sfiorare la politica, almeno su questo foglio elettronico intestato al Panathlon che è per sua natura apolitico ed apartitico, però sulle motivazioni addotte qualcosa occorre pur dire, perché si è svariato da argomenti di una certa ragionevolezza ad altri francamente opinabili.
Il riferimento ai conti pubblici da non mettere a rischio ed alle possibili speculazioni edilizie non appare infatti peregrino, soprattutto alla luce dei precedenti in Italia e all’estero, ma non aver voluto in nessun modo rilevare che il progetto per Roma 2024 era stavolta diverso, non volto a nuove cattedrali nel deserto ma al recupero di quelle esistenti, è apparso come voler opporre un muro di gomma, per tenere il punto.
Certo, nessuno può negare le nefandezze del passato, quando la stessa grande Olimpiade del 1960, i mondiali di calcio del 1990 e tante altre grandi manifestazioni sportive son state l’occasione di tanti loschi affari, con grande sperpero di denaro pubblico e poca utilità per le popolazioni interessate.
Ma corruzione, infiltrazioni mafiose ed altre oscenità hanno caratterizzato tutta la storia delle opere pubbliche di questo Paese, opere che comunque si continua a progettare e realizzare cercando antidoti contro quei cancri, perché si ritiene che sia possibile, ma per le Olimpiadi no, ci è stato detto che non ne siamo capaci.
E’ stato invocato lo spettro di Atene 2004, che ha contribuito al tracollo economico della Grecia, ma si è trascurato il grande esempio di Barcellona 1992 e Sidney 2000, città e popolazioni che hanno grandemente beneficiato dei Giochi olimpici.
Pazienza, speriamo sinceramente che si riesca comunque, per altre vie, nella rinascita della Città eterna, che ne ha veramente bisogno.
C’è anche un altro motivo di amarezza nell’immediato e di sconforto per l’avvenire: il modo superficiale, quasi scostante, con cui il vertice dello sport italiano è stato trattato, quasi a paradigma dell’approccio che la politica tutta, a livello nazionale e locale, riserva alle cose dello sport, quasi che si tratti di attività sostanzialmente non necessaria, tollerabile ma da sforbiciare con le cesoie al primo sintomo di difficoltà economiche.
Non è così, basterebbe osservare ciò che avviene nei Paesi più evoluti che considerano le spese per la pratica sportiva diffusa e realmente alla portata di tutti un investimento sul futuro, per controbilanciare al meglio possibile i guasti della sedentarietà e delle devianze.

Non è così, basterebbe dare ascolto agli specialisti che, tabelle alla mano, pronosticano con poco margine d’errore il prossimo collasso della sanità pubblica, che sarà sempre più alle prese con una fascia sempre più larga e più giovane di popolazione alle prese con problemi cardiovascolari, diabetici, per tacere delle dipendenze.
Quindi la porta sostanzialmente sbattuta in faccia il 21 settembre 2016 al duo Malagò/Pancalli ha per noi una duplice valenza sconfortante, una per le Olimpiadi nelle quali abbiamo creduto ed una per l’atteggiamento verso lo sport, qualsiasi sport al quale abbiamo dedicato, ed ancora dedichiamo molto.
Da sportivi abituati a guardare in faccia la realtà, dobbiamo anche chiederci, tuttavia, se la scarsa autorevolezza di cui evidentemente godono i massimi reggitori dello sport italiano non sia anche dovuta ad atteggiamenti troppo arrendevoli verso il mondo della politica, avendone di fatto avallato la politica dei tagli indiscriminati alle risorse destinate allo sport di base, nelle scuole e fuori di esse.
Tutto nero dunque ? Sembrerebbe di sì, anche se è di pochi giorni fa l’affermazione di un altissimo esponente governativo secondo il quale ogni euro investito nell’attività sportiva di base rende 4,60 euro in termini di minori spese: musica per le nostre orecchie, lo abbiamo sempre sostenuto e rivendicato, tanto che sin dal 30.1.2014 la nostra Assemblea ha unanimemente deliberato il documento che campeggia nella home page di questo sito e che ora riproponiamo con forza ai vari livelli, per togliere qualsiasi alibi a chiunque.
La speranza che sulla tomba dei Giochi olimpici morti prima di nascere spunti il fiore di una nuova, bella stagione dello sport italiano, quello vero, autentico, fatto di sudore per una medaglietta e dal quale, esperienza insegna, escono i veri campioni e non dive viziate; quello delle trasferte avventurose e dei campi spelacchiati, ma anche questo realmente formativo per i cittadini di domani.
Buon sport a tutti.
Mario Brunamonti
 
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